Jason Arday è morto venerdì, una settimana dopo essersi dimesso da Cambridge. Aveva quarantun anni ed era diventato, nel 2023, il più giovane professore nero (e neurodivergente) nella storia dell'università. Era diventato anche un caso mediatico a seguito di accuse di plagio e altre menzogne sulla propria carriera.
Non so quanto delle accuse sia vero e quanto falso e onestamente non mi sembra la parte più interessante della storia.
Un primo elemento che è saltato agli occhi di molti è il doppio standard: altri professori bianchi accusati di plagio sono rimasti al loro posto dopo lunghe indagini mentre su Arday si sono riversati mesi di titoli di giornale. Uno dei primi accusatori, tra l'altro, è un professore che in passato aveva sostenuto che in una meritocrazia le persone nere dovrebbero essere famose solo nello sport e nell’intrattenimento, questo per dire che non era l'unico a doversi dimettere.
Ovviamente c'è anche la questione del famoso woke. È possibile che per un periodo brevissimo alcune minoranze (non tutte) siano state favorite in alcuni ristretti contesti perché è andato di moda farlo. Quel momento si sta chiudendo, complice l'onda che parte da Trump e arriva fino ai fascismi che risalgono ovunque in Europa, e il privilegio sta tornando compatto nelle sue caselle abituali. Trovo quasi ridicolo, in questo quadro, indignarsi per un vantaggio che qualcuno avrebbe avuto in quanto nero o disabile: il vantaggio, storicamente, è sempre stato di qualcun altro, e continua a esserlo ora.
Per me però la questione è che il plagio, ammesso e non concesso che sia avvenuto nella forma più grave, non è di così grande interesse pubblico. Se un ricercatore copia, mente sul curriculum, gonfia i suoi successi, è una questione tra lui e l'istituzione che lo paga. Il datore di lavoro ha ogni diritto di verificare e sanzionare chi fa male il suo lavoro. Ma la sanzione appropriata non è una gogna mediatica e lo scrutinio moralista di ogni aspetto della vita privata. Mi sono sempre chiesto quante travi negli occhi abbiano questi commentatori assetati di sangue per ogni errore altrui.
Il plagio in sé non lo considero un peccato capitale. Non esistendo un'originalità pura nella ricerca, dato che ogni lavoro intellettuale sta dentro un pensiero collettivo, la citazione corretta è giusto una sacrosanta convenzione di trasparenza e ricerca. Per molti invece sembra una pena capitale. Molte menti piccole e mediocri plagiano, come anche alcune grandi menti (penso ora a Giordano Bruno). Non ci fanno una bella figura, questo è certo. Ma la sproporzione con cui viene biasimato questo errore risiede in un concetto pervasivo e a mio parere del tutto vuoto: il merito.
Se ha copiato, non si è meritato il posto, che doveva andare a qualcun altro che ha "lavorato sodo". È certamente meglio mettere in posizioni di potere persone capaci, ma si tratta di un dispositivo pratico, non etico. Il "merito" infatti presuppone una scelta a monte che semplicemente non esiste.
Nessuno sceglie di nascere ricco o povero, bianco o nero, inglese madrelingua o no, in una famiglia che valorizza lo studio o in una che lo ignora. Eppure queste caratteristiche condizionano fortemente la tua carriera. Nessuno sceglie poi il proprio quoziente intellettivo, la propria salute, la propria inclinazione a essere ostinato piuttosto che distratto, pigro o iperattivo, ambizioso o meno. Anche il tanto celebrato "duro lavoro" – che è solo una piccola parte delle cause che portano a una posizione sociale – non è a sua volta "meritato" ma deriva ad esempio da un'educazione al lavoro, predisposizioni biologiche e biografiche, varie circostanze che non abbiamo scelto più di quanto abbiamo scelto il colore degli occhi. Non scegliamo né le nostre capacità né i fattori e le condizioni che le porteranno o meno a germogliare. Abbiamo molto meno controllo sulla nostra vita di quanto ci piace immaginare.