Neppure davanti alle confessioni degli esecutori materiali del genocidio il nostro governo riesce ad avere un sussulto di dignità, di coscienza. Niente li smuove.
Io spero solo che l'urlo degli innocenti palestinesi uccisi ANCHE grazie al silenzio del nostro governo possa torturare ogni loro notte. Ogni volta che chiudono gli occhi, nella loro mente dovranno risuonare quelle urla strazianti provenire da case, ospedali, asili, tende, chiese, moschee...
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NAZA è il nuovo documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, gli autori israeliani già noti per No Other Land. È andato in prima mondiale all’83ª Mostra di Venezia, tra i film in corsa per il Leone d’Oro. Il film è costruito sulle testimonianze anonime di 24 soldati e ufficiali israeliani, soprattutto dell’intelligence, intervistati di notte sui tetti di Tel Aviv. Raccontano come funzionava il sistema di targeting a Gaza: sorveglianza, calcoli su quante persone sarebbero morte in ogni casa, via libera ai bombardamenti.
Il titolo, NAZA, è l’acronimo ebraico di «danno collaterale»: Abraham e Szor dimostrano in modo inconfutabile che quella formula serve a mascherare un’uccisione di civili premeditata e intenzionale.
Prodotto da The Guardian e James Wilson, con Jonathan Glazer come produttore esecutivo, NAZA mescola le voci (alterate) dei soldati con immagini notturne di Tel Aviv, la città da cui la guerra veniva gestita mentre a 60 km di distanza Gaza veniva distrutta. A Venezia, Abraham e Szor sono apparsi tesissimi e solenni sotto un lunghissimo applauso: un film pensato per rendere più difficile negare ciò che è accaduto.
Questo è il loro articolo sul film-documentario, tradotto in italiano.
«NAZA»: svelare la macchina di uccisione di Israele a Gaza
Il nostro nuovo film mostra come il massacro di civili palestinesi da parte di Israele sia stato un atto calcolato e intenzionale, attraverso le testimonianze di chi ne è stato responsabile.
Di Yuval Abraham e Rachel Szor
Negli ultimi tre anni abbiamo condotto interviste notturne sui tetti di Tel Aviv con 24 soldati israeliani che hanno avuto un ruolo attivo nell’offensiva israeliana su Gaza. La maggior parte di loro era composta da ufficiali dell’intelligence: lavoravano dietro uno schermo e partecipavano da remoto all’uccisione di massa dei palestinesi.
Le loro testimonianze sono alla base di NAZA, un nuovo documentario da noi diretto — prodotto da The Guardian e James Wilson, con Jonathan Glazer come produttore esecutivo — che è andata in prima mondiale all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Non abbiamo intervistato questi soldati perché fosse l’unico modo per sapere cosa Israele ha fatto a Gaza. Chiunque abbia visto la devastazione della Striscia, abbia ascoltato i suoi abitanti o abbia semplicemente preso in parola i leader israeliani avrebbe dovuto riconoscere questa verità già da anni.
Abbiamo realizzato questo film per una ragione semplice: sapevamo che le testimonianze di ufficiali e soldati dell’esercito che ha annientato Gaza — coloro che hanno condotto la sorveglianza, calcolato quanti innocenti sarebbero stati uccisi in ogni casa e dato ripetutamente il via libera al bombardamento di intere famiglie — avrebbero reso ancora più difficile negare i crimini. E quella negazione è parte di ciò che permette a questi crimini di continuare ancora oggi.
Questo è un film su un sistema. Si concentra su ordini, politiche e schemi operativi, non su eccezioni. La conclusione che traiamo dalle testimonianze è chiara: l’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza non è stata un «tragico effetto collaterale» di una guerra contro Hamas, come viene comunemente rappresentata in Israele, ma un atto premeditato, calcolato e intenzionale. È per questo che una commissione dell’ONU, le principali organizzazioni per i diritti umani e studiosi palestinesi, israeliani e internazionali l’hanno descritta come un genocidio.
Il titolo del film, NAZA, acronimo ebraico di «danno collaterale», è una critica al modo in cui Israele rappresenta l’uccisione dei civili: oscurando sia la consapevolezza preventiva di quante persone sarebbero state uccise in ogni attacco, sia l’intento di distruggere che ha accompagnato la campagna militare fin dall’inizio.
Uno degli ufficiali intervistati racconta di essere stato pienamente consapevole, in tempo reale, di centinaia di casi in cui le famiglie vivevano la loro vita ordinaria — un uomo che parlava con la moglie, il suono di un programma televisivo, una preghiera, un bambino che piangeva — e di aver poi dato l’autorizzazione a bombardarle.
Alla domanda sul perché, ha risposto: «Capisci che l’obiettivo è distruggere».
Visto in questa luce, la presenza in una casa di una persona che Israele considera un obiettivo da assassinare diventa la questione «collaterale»; in molti casi, del resto, il bersaglio non era nemmeno presente. L’uccisione stessa era il punto.
I soldati che compaiono nel film hanno accettato di parlare a condizione che le loro identità fossero accuratamente celate, per timore di ritorsioni da parte di Israele per aver rivelato informazioni compromettenti. Alcune testimonianze erano così urgenti e orribili che le abbiamo pubblicate quasi subito in una serie di inchieste per +972 Magazine, Local Call e The Guardian.
La maggior parte dei soldati intervistati appartiene a quella che viene comunemente considerata l’élite socioeconomica israeliana e ha prestato servizio soprattutto in unità prestigiose dell’intelligence. Alcuni erano consapevoli di aver partecipato a crimini gravi e speravano che parlare avrebbe contribuito a scardinare i muri della negazione e della giustificazione, costringendo l’opinione pubblica israeliana a fare i conti con ciò che l’esercito era stato inviato a fare in loro nome. Altri hanno accettato di parlare solo dopo mesi di esitazione — per senso di colpa, vergogna, o persino per orgoglio di quelli che consideravano i propri risultati professionali.
Il film non si sofferma sulle loro motivazioni: è una scelta deliberata. È interessato soprattutto all’uccisione in sé e a ciò che la rende possibile. Dedicare troppo spazio ai sentimenti morali e politici delle fonti avrebbe rischiato di spostare il baricentro lontano dalle vittime, e questo non volevamo farlo.
Concedere l’anonimato a persone che, per loro stessa ammissione, hanno partecipato a crimini atroci non è qualcosa che prendiamo alla leggera. Ma, data la prosecuzione di questi crimini, abbiamo sentito il dovere di rendere pubbliche le loro testimonianze, nella speranza che possano contribuire agli sforzi per far cessare l’offensiva. Le loro parole implicano anche un sistema molto più ampio, di cui i vertici della leadership politica e militare israeliana portano la responsabilità ultima.
Speriamo che il film possa contribuire alla richiesta di responsabilità per i gravi crimini di Israele e alla giustizia per le vittime.
Ma il film non è soltanto una raccolta di testimonianze di soldati. Abbiamo anche rivolto la macchina da presa su Tel Aviv e sui suoi abitanti di notte, interrogando la città come una bolla in cui la vita ordinaria prosegue mentre i palestinesi vengono massacrati a soli 60 chilometri di distanza. Attraverso lo sguardo sulla città da cui viene gestita la guerra su Gaza, abbiamo cercato di osservare i meccanismi di conformismo che rendono possibile un’indifferenza così diffusa.
Così facendo, ci siamo trovati a porre le domande che si pose la generazione dei nostri nonni — le domande che persone in tutto il mondo si sono fatte dopo aver conosciuto atrocità e genocidi altrove: come può un gruppo di esseri umani acconsentire alla disumanizzazione totale di un altro? E com’è fatto, visto dall’interno, un sistema genocidario?
Nei prossimi anni — forse in un’era post-Netanyahu, se mai arriverà — parte del campo liberale israeliano potrebbe cercare di prendere le distanze dai crimini commessi a Gaza e attribuirli al governo di estrema destra. Certo, questo governo porta la responsabilità primaria dell’uccisione di più di 73.000 persone, in gran parte civili, dopo i massacri criminali di Hamas del 7 ottobre.
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