INDOVINA CHI VINCE, SE A PIANGERE È ROMANO PRODI
Bingo: se a piangere è Romano Prodi, vuol dire che quello di Alternative für Deutschland è davvero un colpo grosso. Titola infatti “Repubblica”: «Prodi: “Afd fatto colossale, mai accaduto dal ’45. L’Europa è in pericolo». Aggiunge l’ex premier: «Il voto segue l’autoritarismo mondiale che da Trump a Putin sta erodendo lentamente le nostre democrazie». Sembrano le battute (comiche, paradossali) di un film grottesco. Il bue che dà del cornuto all'asino. Proprio lui, Prodi il cannibale, il demolitore dell'Iri che teneva in piedi l'Italia. Lui, il ferocissimo global-privatizzatore agli ordini dei poteri oscuri mondiali che lo spostarono da Palazzo Chigi a Bruxelles, alla Goldman Sachs, ai santuari del tecno-capitalismo dittatoriale cinese.
Se non ci fosse, Prodi bisognerebbe inventarlo (insieme ai giornalisti che fingono di non sapere chi è, veramente). Quando ancora scalava le retrovie della Dc, escogitò la graziosa storiella della seduta spiritica per far scovare, in via Gradoli, lo sventurato Aldo Moro. Poi arrivarono i tempi gloriosi della distruzione della quarta potenza industriale del mondo: grazie a Prodi, l'Italia andava rimessa in riga e declassata al rango di ruota di scorta. Missione compiuta, come sappiamo. Servo di mille padroni, il bolognese è stato spedito alla Commissione Europea: non per comandare, ma per obbedire. Sì, era presidente, ma non aveva la minima idea di tutti i provvedimenti che la Commissione licenziava.
Presidente-fantoccio, l'eurocrate Prodi: lo ammise lui stesso intervistato da Paolo Barnard su “Report”, quando il programma della Gabanelli era ancora una cosa seria. Nel suo pamplet “Il più grande crimine”, uscito nel 2010 e poi aggiornato l'anno seguente, Barnard riserva proprio a Prodi un posto d'onore: quello che spetta ai grandi traditori, ai lupi travestiti da agnelli. In effetti toccò a lui raccontare che, con l'euro, saremmo diventati più ricchi lavorando un giorno in meno. Fu sempre lui a dare il benvenuto alla moneta unica volutamente malcostruita fino a quel punto, fatta apposta per mettere in ginocchio l'Europa. Prodi, il difensore del finto europeismo: quella specie di funesta teologia politico-economica è servita intanto a sequestrare sovranità e democrazia, trasformando il vecchio continente in un peso piuma mondiale.
Il signore che oggi si permette di criticare Trump e Putin, come se Usa e Russia fossero lo stesso sistema politico (e come se fossero stati loro, a farci del male), è uno dei diligenti fabbricatori dell'attuale Ue “matrigna”, dove il popolo vota solo per il Parlamento Europeo, che non ha voce in capitolo, mentre le decisioni, tramite il Consiglio d'Europa, le prendono i maggiori governi, ben controllati dalle solite oligarchie. Poi tutto viene ratificato dalla Commissione, con gli opportuni aggiustamenti “consigliati” dalle migliaia di lobbysti che affollano Bruxelles. Nel frattempo l'economia crolla, l'Europa resta senza energia e scompare dal mappamondo, mentre i nano-leader europei predicano la guerra obbedendo agli Usa e al nuovo padrone della nostra sicurezza informatica: Israele, che nel frattempo stermina i palestinesi.
Il minimo che possa capitare, di fronte a una simile catastrofe, è che si corra a votare per il primo Giamburrasca che promette di farlo saltare, quel banco truccato e maleodorante, gestito da un branco di mafiosi. Sicché, i sonori ragli del professor Prodi (massone occulto e militante in circuiti iniziatici ultra-reazionari, ci informa Gioele Magaldi) sono un'ulteriore conferma del carattere dolorosamente salutare del terremoto elettorale tedesco. Un'intera élite verrebbe accompagnata alla porta: Merz che viene da BlackRock, Macron dalla filiera Rothschild, l'inglese di turno dalla City di Londra. Ci sarebbe da brindare, e invece gli allarmisti a corto di fantasia si uniscono a Prodi: siamo tornati a Weimar, strillano; vedrete, tra un po' rispunterà un caporale coi baffetti.