Neill Blomkamp, regista di District 9, ha diffuso in questi giorni un suo cortometraggio fatto interamente con AI. Si intitola Nightborne, dura poco più di tredici minuti e il regista lo presenta apertamente come un test: lo ha generato interamente con Seedance 2.0, dirigendo via prompt inquadratura per inquadratura, come primo passo verso un lungometraggio realizzato con lo stesso metodo. La cornice è quella documentaristica che l'autore frequenta da sempre, la storia di una pilota dell'esercito data per morta dopo essere stata abbattuta, e di un programma militare segreto; i volti e le voci appartengono a trentadue persone reali che hanno concesso la propria immagine, mentre le concept art le hanno disegnate alcuni artisti.
Qualche osservazione: La prima cosa è che la CGI, così come l'abbiamo conosciuta per trent'anni, è già superata. Salvo pochi passaggi in cui la vecchia pipeline resta ancora superiore, il grosso del corto è di altri simili ottiene per prompt ciò per cui prima servivano mesi di rendering e una squadra di venti persone. In relativamente breve tempo la vecchia tecnologia sarà desueta per moltissimi effetti speciali.
Sugli attori sintetici ho l'impressione, per ora, che recitino meglio di un interprete mediocre e peggio di uno bravo. Sono buoni per sostituire le comparse ma non i ruoli principali – almeno se affidati a dei professionisti. Sebbene non abbia alcun motivo per dirlo, credo che sia un limite difficile da superare nella sua grana più fine, un po’ come la traduzione letteraria. Sono vette ancora precluse alle AI.
Vale poi la solita regola: l'intelligenza artificiale la usa bene chi conosce la materia. Blomkamp ha vent'anni di esperienza e si vede.
Il budget. Provo a fare i conti, con l’avvertenza che di verificabile ce n’è poco. Tredici minuti finali, con inquadrature che in un montaggio documentaristico durano cinque o sei secondi, fanno tra le cento e le duecento inquadrature buone; moltiplicando per un rapporto di scarto verosimile in chi dirige a colpi di prompt, si arriva a qualche migliaio di generazioni, e ai prezzi attuali di Seedance, con le bozze in modalità economica e i render finali in alta risoluzione, la spesa di puro calcolo resta nell’ordine delle poche migliaia di dollari, forse una ventina di migliaia. Nella versione generativa il costo vero si sposta sul lavoro che rimane senza AI, cioè le concept art disegnate a mano e soprattutto la liberatoria dei trentadue volti e delle trentadue voci, che a seconda che si tratti di favori tra conoscenti o di accordi reali può valere una cifra simbolica oppure decine di migliaia. Dall’altra parte, un corto militare-fantascientifico di questa densità girato alla maniera tradizionale oscilla parecchio: dai due-trecentomila dollari di una versione spartana, con VFX fatta in casa, fino a un paio di milioni in versione molto professionale. Da questo intervallo si ricava che il risparmio è almeno di un ordine di grandezza, forse due, forse di più.
Un abbattimento di due zeri sul costo di produzione allarga il bacino di chi può fare cinema. La stessa logica che ha portato il cinema fuori dagli studios con la macchina digitale, moltiplicata. Ci saranno molti più corti, la maggior parte brutti, come sempre accade quando una barriera economica cade; e in mezzo a quei corti brutti comparirà qualche capolavoro di gente che senza questo strumento non avrebbe mai avuto accesso al mezzo.
Il realismo non è ancora perfetto ma lo sarà a breve. Il punto in cui un corto generato diventa indistinguibile da uno ripreso con la macchina è vicino, e quando arriverà la questione «è AI oppure no?» smetterà di essere una domanda sensata. A quel punto la caccia alle streghe farà la fine di quella che avviene oggi sul testo: accuse senza prove, almeno finché lo strumento non sarà normalizzato come lo è oggi il montaggio non lineare, di cui nessuno pensa più che sia un tradimento della pellicola.