La Colombia è stata colpita da un terremoto molto forte, di magnitudo 7,4.
Minuti lunghissimi in cui la terra ha tremato. Forte.
Sto vedendo su Facebook i reel delle persone che sono riuscite a riprendere quei momenti: il panico, i crolli, la gente che un attimo prima era tranquilla in casa e subito dopo cercava di capire che cosa stesse accadendo. Attonita.
Si vede il momento esatto in cui comprendono che devono scappare dalle abitazioni e uscire di gran lena. Altri sono già in strada, mentre il terreno continua a oscillare così violentemente che faticano a restare in piedi. Barcollano, si guardano intorno e sembrano non riconoscere più il luogo in cui si trovano.
Io ho vissuto il terremoto del 1976. Ero molto piccola, ma conosco quel tipo di panico. Vi posso assicurare che si resta sotto shock per giorni e giorni.
Una magnitudo 7,4 non riesco neanche a immaginarla.
E una scossa così lunga è qualcosa di impressionante: sottopone edifici, strutture e persone a una sollecitazione interminabile. Poi arrivano le scosse di assestamento e nessuno, in quel momento, può sapere davvero se sia finita.
Nei giorni precedenti c’erano state anche le scosse nell’area di Napoli e dei Campi Flegrei, naturalmente di intensità molto inferiore.
Ieri ho visto alcuni video girati da persone della zona che mostravano la Solfatara apparentemente priva dei consueti vapori visibili. La gente è preoccupata e si domanda che cosa stia succedendo.
Domanda legittima.
Un video, da solo, non può dirci che cosa stia accadendo nel sottosuolo. Per questo esistono gli strumenti e i rilevamenti dei vulcanologi.
Ma può mostrarci molto bene che cosa succede dentro le persone quando qualcosa che hanno sempre visto cambia all’improvviso: parte la paura. Il pensiero corre. Si cerca una spiegazione, perché non riconoscere più ciò che avevamo davanti fino al giorno prima ci destabilizza.
Perché vi dico questo?
Perché sono anni che leggo messaggi di varia provenienza, ascolto le mie intuizioni e sento che dobbiamo prepararci a momenti duri. E comprendo che tante persone non sono pronte.
Assolutamente non lo sono.
I tempi sono diventati così rapidi e intensi che molti non fanno in tempo a mettersi a pari.
Capite che cosa intendo?
Tutto il lavoro che avrebbero dovuto fare su loro stesse è stato rimandato. Non hanno guardato le proprie paure, le dipendenze, le fragilità, gli attaccamenti. Hanno continuato come se il terreno sotto i piedi fosse garantito per sempre.
Ma quel terreno non è garantito.
Guardando i volti delle persone in Colombia ho avuto un’immagine immediata di ciò che potrebbero essere i prossimi mesi. Non sto dicendo che qui arriveranno terremoti fortissimi. Mi auguro con tutta me stessa che non accada.
Sto parlando del terremoto dentro di noi.
Perché il cambiamento è dentro, non fuori.
E quel terremoto, con la sua magnitudo potente, scuoterà le persone fin dalle fondamenta. Chi non è pronto potrebbe avere lo stesso sguardo disorientato e sconvolto che ho visto su quei volti: lo sguardo vuoto di chi si gira intorno e non riesce più a capire dove si trova. Come se, all’improvviso, fosse stato scaraventato su un altro pianeta.
Un uomo intervistato ha esclamato: «En toda la vida…». In tutta la sua vita non aveva mai sentito una cosa del genere. Avrà avuto più o meno la mia età.
Il terremoto che ha sconvolto la Colombia è anche l’immagine del terremoto che scuoterà nel profondo chi ancora non si è messo in cammino verso la propria evoluzione.
Parlo delle persone completamente assorbite dal quotidiano, dagli affari, dal procacciarsi denaro, dalle vacanze, dai viaggi, dal vivere nel mondo come se il mondo fosse tutto ciò che esiste.
Il Cristo ci ha insegnato a vivere nel mondo senza essere del mondo.
Siamo temporanei. Facciamo ciò che siamo venuti a fare. Lavoriamo, mangiamo, ci aiutiamo, amiamo e viviamo tutte le esperienze normali di un essere umano. Ma dobbiamo essere pronti a staccarci da tutto questo, perché prima o poi lo perderemo, inevitabilmente.
Io ho avuto la mia palestra negli ultimi due anni. Ho perso tutti i riferimenti. Eppure sono ancora qua. Mi rimbocco le maniche e vado avanti.
Ma quanti avranno la forza, il coraggio e la determinazione per mettere un passo dopo l’altro e continuare a camminare? Quanti?
Pochi. Anzi, pochissimi.
Per tutti gli altri serviranno guide. Persone capaci di dare una mano. Lo vedo già ogni giorno nel mio lavoro.
Sempre più persone sono destabilizzate. Cercano equilibrio, benessere, serenità mentale, perché sentono di averli perduti.
Arrivano con la paura, con l’ansia, con il corpo che reagisce, con la mente che non riesce più a fermarsi. Le certezze sulle quali avevano costruito la propria vita non reggono più e loro non sanno dove appoggiarsi.
Non serve che crolli una casa per perdere il proprio punto di riferimento.
Può crollare una relazione, un lavoro, una sicurezza economica, un progetto, l’immagine che avevamo di noi stessi o la convinzione che la nostra vita sarebbe rimasta sempre uguale.
E in quei video ho riconosciuto lo stesso smarrimento di chi, da un momento all’altro, non riconosce più il terreno sul quale si trova. Solo che, nel terremoto interiore, il terreno continua a muoversi dentro e spesso gli altri non lo vedono.
Per questo credo che il lavoro di chi si occupa di benessere e riequilibrio aumenterà nei prossimi anni.
Il lavoro sarà duro. Saremo chiamati ad aiutare, ad ancorare, a rassicurare e ad accogliere chi non riesce più a orientarsi. Non con frasi fatte o promesse miracolose, ma aiutandolo a ritrovare dentro di sé un punto fermo dal quale ripartire.
Non ve lo dico per spaventarvi, ma perché siate consapevoli che i tempi sono rapidi e molto intensi.
Chi è pronto avrà comunque i suoi cavoli amari. Chi non è pronto… preghiamo per lui.