PERCHÉ PROPRIO GLI ALGORITMI?
Quarta parte – ritrovare la strada
Nel '98 mi capitò una di quelle occasioni da prendere al volo: un ingaggio su una nave da crociera come "one woman show".
Avevo un'orchestra, un corpo di ballo e facevo uno spettacolo in quattro lingue. Cantavo, ballavo, insomma, stavo facendo esattamente quello per cui mi ero preparata per tanti anni. Quell'ingaggio fu davvero un colpo di fortuna. La cantante lasciava il posto e, per una serie di coincidenze, quel posto arrivò a me.
Rimasi a bordo per dodici mesi.
E fu proprio lì, mentre stavo realizzando uno dei miei sogni, che capii che quel sogno, da solo, non sarebbe bastato. Guardavo i miei colleghi. Alcuni lavoravano sulle navi da molti anni. Facevano ciò che amavano, viaggiavano, si esibivano, ma vivevano per lunghi periodi lontani dalla famiglia, dagli affetti, da un luogo che potessero chiamare casa.
Io non volevo quella vita.
Amavo il mio lavoro, ma volevo anche delle radici. Volevo tornare vicino alla mia famiglia e desideravo costruirne una mia.
Così decisi di tornare a casa nel mio amato Friuli.
Ero stata lontana per anni, avevo vissuto una vita completamente diversa dalle persone che avevo lasciato e, per molti versi, avrei dovuto ricominciare quasi da zero. Ma anche in quel frangente, la vita mi riservò una sorpresa.
Una sera andai al cinema con alcuni amici a vedere il film C'è posta per te. Rimasi folgorata dall’idea che due persone potessero conoscersi attraverso un computer.
Vidi il film tre volte.
E nel 2000 pubblicai Regina di Cuori, il primo portale italiano dedicato ai single. Nel giro di pochi mesi arrivai ad avere 40.000 iscritti, persone che cercavano l'anima gemella attraverso il portale.
Mi occupavo della comunicazione, della redazione, delle campagne, organizzavo feste ed eventi per permettere alle persone di incontrarsi. Ma facevo anche, letteralmente, la Regina di Cuori. Le persone mi raccontavano chi erano, cosa desideravano, che tipo di persona stavano cercando. Io ascoltavo e poi andavo a cercare nel database qualcuno che potesse essere compatibile con quei desideri. E funzionava molto bene.
Ho messo insieme diverse coppie. Sono stata persino testimone di nozze e madrina di battesimo di bambini nati da alcuni di quegli incontri.
Da fuori poteva sembra un salto pazzesco: dallo show sulla nave al portale per single. Invece, pensandoci oggi, anche questa era una tessera del puzzle. Ascoltare una persona. Capire ciò che stava cercando. Fare domande. Osservare. Comunicare.
Cosa c'era di strano?
Proprio attraverso quel mondo, per una serie di coincidenze e conoscenze nate in quell'ambiente, nel 2001 incontrai l'uomo che sarebbe diventato successivamente mio marito. E fu a quel punto che mi trovai davanti all'ennesima decisione della mia vita.
Prima di lui avevo avuto altre relazioni. Avevo incontrato uomini che, più di una volta, mi avevano messa davanti a una scelta molto precisa: «O me o il tuo lavoro.» E io avevo sempre scelto il mio lavoro. Ovviamente.
Ma quella volta fu diverso. In quella relazione vedevo un vero progetto di vita. Una famiglia. E quando all’improvviso ci fu bisogno di me al suo fianco, la mia scelta fu dettata dall'amore e dalla convinzione di un progetto condiviso: non ci sono più soltanto io. Ci siamo noi.
Così, progressivamente, misi da parte quello che fino a quel momento era stato il mio mondo per dedicarmi sempre di più al suo.
Danza, voce, insegnamento, spettacolo, comunicazione non sparirono completamente dalla mia vita. Ma cambiarono posto, diventando un’occupazione serale. E quella che pensavo sarebbe stata una scelta temporanea di lavoro durò 18 anni.
Credevo nel matrimonio, nella famiglia, nell'aiuto reciproco e nella costruzione di qualcosa insieme. E per quel noi ero disposta a fare una cosa che fino a quel momento non avevo mai fatto per nessuno: mettere da parte me stessa.
Poi nel 2019 arrivò il cancro, con tutto quello che potete immaginare. Se volete approfondire, il 15 luglio ho pubblicato un post al riguardo.
Ero spaventata, confusa... eppure, anche lì la vita mi stava preparando al prossimo bivio.
Prima dell'intervento incontrai ben tre chirurghi e a tutti feci praticamente la stessa domanda:
«Siamo a luglio. A ottobre ricomincio con i corsi di ballo. Sarò in grado di utilizzare il mio corpo?»
Strana domanda, vero? Mentre stavo vivendo quell'esperienza, con tutto quello che comportava, una parte della mia testa era già là, con i miei allievi.
Oggi quella frase spiega molto più di quanto riuscissi a capire allora.
Non mi interessava sapere quando sarei tornata in ufficio. Del resto, tre giorni dopo essere uscita dalla sala operatoria ero già al computer, perché il lavoro di mio marito aveva delle scadenze che non potevano essere rimandate.
La domanda in realtà chiedeva:
Potrò tornare a ballare? Potrò tornare a insegnare? Potrò utilizzare il mio corpo?
Perché quella, per me, era vita. Oggi lo so.
Quella parte di me che per diciotto anni aveva continuato a esistere nei ritagli di tempo voleva più spazio. Avevo bisogno di ritornare a esprimermi. Di ritrovare me stessa.
E quando questa consapevolezza fu evidente, qualcosa cambiò.
L'Universo ascolta, sempre.
A gennaio 2020 sentii parlare per la prima volta di Elia Tropeano e dei suoi algoritmi capaci di portare guarigione nel corpo. In un gruppo lessi la testimonianza di una donna che raccontava di essere guarita da un cancro al seno grazie a un algoritmo di Elia, senza essersi sottoposta all'intervento.
Io mi ero operata, avevo fatto le mie scelte terapeutiche e stavo ancora vivendo sulla mia pelle tutto quello che quell'esperienza aveva comportato.
Come potevo non voler approfondire? La mia curiosità diventò irrefrenabile.
Volevo sapere cosa fossero questi algoritmi, come funzionassero, che cosa facesse quest'uomo, cosa avesse scritto e cosa ci fosse dietro quelle affermazioni.
Così mi avvicinai al lavoro di Elia Tropeano.
Elia non è stato il mio maestro. Mi ha fatto conoscere qualcosa da cui sono partita, ma non mi ha formata nel lavoro che faccio oggi.
È stato la scintilla, un'enorme scintilla, che ha dato il via a tutto ciò che poi ho creato.
Ed è qui che tutte quelle strane tessere che vi sto raccontando dall'inizio di questa storia hanno iniziato a comporre il puzzle.
Il corpo che avevo imparato a conoscere attraverso la danza. Il movimento, la postura e l'equilibrio. La danzaterapia. L'esperienza con i bambini autistici, che mi aveva insegnato quanto fosse necessario modificare il linguaggio in funzione della persona che avevo davanti. La comunicazione. La PNL. La musica e il ritmo. Il canto. La voce. L'ascolto.
Era già tutto lì, a disposizione.
Gli algoritmi furono il punto in cui, improvvisamente, tutto iniziò a parlarsi.
Cominciai a sperimentare, a esplorare, a collegare ciò che osservavo con tutto quello che già conoscevo.
E quasi immediatamente iniziai anche a creare.
Da quel processo nacque quello che sarebbe diventato il Metodo REAL®.
Perché proprio gli algoritmi? Adesso posso rispondere.
Perché dentro gli algoritmi ho ritrovato il corpo, la parola e la voce.
Le tre cose che, in modi diversi, avevano attraversato tutta la mia vita.
Non sono arrivata agli algoritmi per caso.
Ci sono arrivata portandomi dietro tutto quello che ero stata, tutto quello che avevo imparato e sperimentato, anche quando ancora non sapevo a cosa sarebbe servito.
Elia Tropeano ha acceso la scintilla.
Tutto il resto era già pronto a prendere fuoco.
Se siete arrivati fino a qui, probabilmente vi sarete già fatti un'idea di questo percorso durato quarant'anni.
Molti di voi si saranno ritrovati nelle mie parole.
Qualcuna magari avrà trovato delle similitudini con la sua storia. E ci sta.
Per quanto mi riguarda, ho dato un significato profondo a questi quarant'anni e ho ascoltato anche diversi pareri sul perché abbia vissuto alcune esperienze, sulle scelte che ho fatto e persino sul perché sia arrivato il cancro.
Ma vorrei andare oltre.
Oggi è una bella domenica di sole e avevo voglia di raccontarvi qualcosa di me.