Ieri ho visto le immagini di quello che è accaduto al confine tra Nepal e Tibet.
Le ho guardate più volte.
Si vede arrivare qualcosa che sembra quasi impossibile da comprendere. Una massa enorme di acqua, fango, rocce e detriti. Si vedono le persone correre. Correre e basta.
E nel giro di pochi istanti quello che c'era prima non c'è più.
Vite spezzate. Case, strade, ponti, automobili. Tutto travolto.
Le prime ricostruzioni parlano del collasso di una parte di un ghiacciaio che avrebbe provocato una valanga di ghiaccio e rocce, bloccando temporaneamente un fiume. Si sarebbe così formato uno sbarramento naturale che, cedendo, ha liberato a valle una quantità enorme di acqua e detriti.
Ma mentre guardavo quelle immagini continuavo a pensare ad altro: la tragedia del Vajont.
Io non l'ho vissuta, non ero ancora nata.
Un pezzo di montagna che frana nel bacino della diga e solleva un'onda enorme che travolge Longarone e i paesi vicini. In pochi minuti migliaia di persone non ci sono più.
E guardando quelle persone correre ieri pensavo al senso della vita.
A quanto siamo convinti che tutto quello che abbiamo oggi ci sarà anche domani.
La nostra casa. Le nostre cose. Le persone che amiamo. I nostri programmi.
Ci arrabbiamo per una parola detta male. Rimandiamo una telefonata. Passiamo giornate intere preoccupandoci di qualcosa che forse non accadrà mai. Diamo per scontato il fatto di svegliarci la mattina, alzarci dal letto, bere un caffè, uscire di casa.
Poi guardi quelle persone correre davanti a una massa d'acqua che in pochi secondi cancella tutto e la prospettiva cambia.
Perché la vita che abbiamo non è una cosa scontata.
E dovremmo imparare a rendere grazie.
La vita è fatta di frammenti.
Il frammento che viviamo sulla terra ci sembra molto lungo. Sessanta, settanta, ottanta, novant'anni possono sembrarci un tempo enorme. Ma se mettiamo questo frammento in relazione con l'infinito, che cos'è?
Un piccolo pezzettino.
E ieri quel piccolo pezzettino lo vedevo davanti ai miei occhi.
Quelle persone correvano senza sapere che cosa sarebbe successo un secondo dopo.
In quel momento scatta l'istinto naturale di sopravvivenza che hanno tutti gli animali che vivono sulla terra. E anche noi siamo animali che vivono sulla Terra.
Devi correre.
E corri.
Non pensi alla casa, alla macchina, ai soldi, a quello che avevi programmato per domani. Non pensi nemmeno a quello che hai lasciato in sospeso.
Non pensi.
Corri perché il corpo sa che deve correre.
E poi accade.
Un istante sei qui e un istante dopo hai attraversato il velo.
Mentre guardavo quelle immagini continuavo a pensare che molte di quelle persone potrebbero non avere avuto neppure il tempo di rendersi conto di ciò che stava accadendo. La violenza con cui quella massa di acqua, fango, rocce e detriti è arrivata lascia quasi senza parole.
Cosa accade quando attraversiamo il velo improvvisamente?
Ho visto diverse volte un film NossoLar. Racconta del viagggio oltre la morte ma anche lo smarrimento di chi si trova dall'altra parte e ancora non comprende di essere morto, di chi continua a percepire ciò che gli sta intorno senza avere ancora consapevolezza di avere attraversato il velo.
Perché per me i morti non sono morti.
Vivono. E il cammino prosegue in un'altra dimensione.
Fin da piccola ho letto tantissimi messaggi provenienti dall'aldilà. Messaggi di trapassati, anime, entità, spiriti di luce che raccontano ciò che c'è oltre.
E ciò di cui parlano è ancora vita. Una vita diversa da quella che conosciamo qui, ma vita.
Tempo fa una persona per la quale provo una grande compassione mi disse:
«Quando moriamo ci mangiano i vermi. Tutto qui. Di là non c'è niente. Non esiste nessuno e non esiste niente che incontreremo.»
Quella frase mi ha colpito perché io credo nella vita oltre la morte. Credo nella resurrezione della carne annunciata dal Cristo. Credo che il nostro percorso non finisca qui e che anche dall'altra parte continui un cammino, una crescita, un'elevazione.
E credo nella preghiera per chi è passato oltre.
Per questo ieri, mentre guardavo quella massa enorme inghiottire tutto, ho iniziato spontaneamente a pregare.
«Mio Dio, prenditi cura di quelle anime.»
Prenditi cura di chi si è trovato improvvisamente dall'altra parte del proprio cammino.
Di chi è smarrito.
Di chi ancora non ha compreso dove si trova.
Di chi ha bisogno di sentire che è amato, che è stato perdonato, che qualcuno da questa parte continua a pensarlo e a pregare per lui.
Aiutalo a comprendere che la sua vita continua, anche se in un modo diverso da quello che ha conosciuto sulla Terra.
Forse è anche questo che possiamo fare per chi attraversa il velo.
Pregare.
E mentre pregavo per loro pensavo anche a noi.
Negli ultimi tempi continuiamo a vedere immagini di terremoti, inondazioni e catastrofi che in pochi secondi cambiano la vita di migliaia di persone.
Penso a quanto sia importante avere una fede alla quale affidarsi.
La fede è un dono. Ma se quel dono ancora non c'è, possiamo chiederlo.
Possiamo chiedere di ricevere la fede, possiamo cercarla, possiamo coltivarla. Non per vivere aspettando che accada qualcosa di terribile, ma per vivere sapendo che questo frammento che ci è stato dato è prezioso e che il nostro cammino è molto più grande del tempo che trascorriamo qui.
Essere qui.
Respirare.
Avere qualcuno da chiamare.
Avere una porta da aprire e una casa nella quale tornare.
Poter dire oggi quella cosa che continuiamo a rimandare.
Poter abbracciare qualcuno.
E sapere che un giorno, quando arriverà il nostro momento, anche noi attraverseremo quel velo.
La vita che adesso è qui, sarà là.
Un altro frammento.
Un'altra parte del cammino.
Sempre vita.