"Potete accompagnarmi al colloquio con l'ASL?"
La risposta è no. E ogni volta che ci arriva questa domanda registriamo una nostra sconfitta, perché significa che non siamo riusciti a spiegare la cosa più semplice: nessuno vi porta via i figli per la questione vaccinale.
Avviare un iter con l’ASL non è obbligatorio. Non è un lasciapassare, non è un salvacondotto, e non esiste alcuno scenario in cui il mancato invio di una PEC o la non risposta a una raccomandata vi costa un bambino. Qualsiasi realtà seria in Italia ve lo dice, e ve lo diciamo anche noi: se non fate nulla, non succede nulla di catastrofico nella maggior parte dei casi.
Allora perché abbiamo costruito un Iter di Obiezione Attiva?
Perché la vita, a volte, si mette di traverso per motivi che con i vaccini non c'entrano niente. Una separazione che si incattivisce. Una segnalazione arrivata per tutt'altro. Un periodo di osservazione che comincia da una porta e finisce col guardare dentro tutte le stanze. È lì che il tema vaccinale, che fino a quel momento dormiva, viene tirato fuori dal cassetto e messo sul tavolo come prova a carico.
L'iter serve a quel giorno lì. A far sì che, quando qualcuno apre il vostro fascicolo cercando una crepa, ci trovi dentro una cronaca di diligenza invece di un vuoto.
Il cuore di tutto è una frase sola: voi potete decidere diversamente da ciò che impone Mamma Stato. Potete dissentire, rimandare, chiedere ancora. Ma ogni singolo passo dev'essere documentato, rigoroso, tracciabile.
Non state costruendo un archivio di carte. State costruendo la prova che del tema vi siete occupati. Che non siete scappati. Che avete letto, chiesto, protocollato, atteso risposte che non sono mai arrivate.
La parola che l'istituzione usa per chi tace è incuria. La parola che non può usare per chi documenta è la stessa.
E adesso spiegateci perché volete delegare proprio questo. Perché è questo il punto che ci lascia senza parole. L'intero senso di un qualsiasi iter è dimostrare che siete voi, esercenti la responsabilità genitoriale, a occuparvi della salute di vostro figlio e se al colloquio ci veniamo noi, cosa dimostriamo? Che Corvelva si occupa del tema. Che Corvelva fa domande al posto vostro sui vostri figli. Che Corvelva è diligente.
Complimenti a noi. E voi? Voi restate esattamente dove eravate: assenti dal verbale, assenti dal fascicolo, rappresentati da terzi in un atto che per legge non è rappresentabile. Un domani, qualora capiti uno di quei scenari che non vorreste mai vivere e vi trovaste davanti a un giudice o a un assistente sociale, quel documento non dirà "questi genitori vigilano". Dirà che i genitori hanno mandato qualcun altro.
Avete appena consegnato la prova contraria a quella che volevate costruire.
C'è anche un effetto collaterale, meno nobile ma molto concreto: nel momento in cui ci sediamo accanto a voi smettete di essere un caso singolo e diventate una categoria. Non più il genitore scrupoloso con la sua storia clinica, i suoi dubbi, il suo bambino. Diventate una pratica di gruppo, e a una pratica di gruppo si risponde con un foglio prestampato.
Ma soprattutto: a che pro? Ed è qui che ci accorgiamo di aver fallito nel comunicare, perché dietro la richiesta c'è sempre una paura, e la paura è mal riposta.
Quel colloquio è una fase burocratica. Non è un esame. Non è un processo. Non è un duello scientifico in cui dovete battere un medico sul suo terreno.
Non dovete arrivare preparati. Non vi verrà chiesto di argomentare, di citare studi, di reggere un contraddittorio. Nella maggior parte dei casi dura poco più di un saluto.
Voi non siete lì per rispondere: siete lì per chiedere. Quali vaccini. Quali nomi commerciali. Quali reazioni avverse note. Quali accertamenti preventivi. I foglietti illustrativi, le schede tecniche. Sei domande che chiunque può leggere da un foglio, e che nessuno può rimproverarvi di aver posto.